Per quale motivo la vita di ognuno è ricca di problemi, di avversità, di perturbazioni piccole o grandi? E come dovremmo comportarci davanti a qualcosa che definiamo come ostacolo? Partiamo da un presupposto fondamentale e assoluto: ogni cosa in questa dimensione tende all’equilibrio, non capita nulla per caso. “Tutto qui?” potremmo pensare, e la risposta è sì, ma ciò che per il sistema naturale è equilibrio è ben diverso da ciò che comunemente si definisce come tale. L’Equilibrio è un intero costituito da parti, un intero completamente neutro, è come la luce bianca che attraversa un prisma, e i colori che essa contiene sono sia “buoni, belli, attraenti” che “tetri, cupi, respingenti”.

Quindi, per dirne una, se nel mondo ci sono tante cose che comunemente si definiscono “buone”, affinché ci sia equilibrio devono essercene altrettante “cattive”, altrimenti la bilancia pende troppo da un lato e si genera una disarmonia. Immaginiamo un mondo in cui tutti sono santi: cosa accadrebbe? Ci sarebbe uno stato di totale e continuativa inerzia, perché tutti in quanto santi non farebbero alcun movimento di esperienza crogiolandosi nella propria santità. Una santità che tra l’altro non potrebbero neanche utilizzare, perché, essendo tutti puri, non ci sarebbe nessuno da purificare, a cui perdonare i peccati o dare preziosi insegnamenti etici e morali di vita.

Anche se siamo abituati a pensare che i problemi siano rogne da risolvere e/o di cui sbarazzarci il prima possibile, preferibilmente con il minimo sforzo, in loro assenza si genererebbe la stessa inerzia di un mondo di santi. E quindi qual è il senso di un problema, a cosa serve? Un problema esiste per completarsi con una soluzione, che lungi dall’essere una spugna con cui cancellare un fastidioso ostacolo davanti a noi per gettarcelo alle spalle, è un vero e proprio elisir di intelligenza. Per quanto possa suonare bizzarro, aumentiamo la nostra intelligenza proprio grazie ai problemi, e più sono grandi e complessi maggiore è il balzo evolutivo che possiamo fare risolvendoli.

Infatti, ogni volta che sperimentiamo un problema significa che dall’altra parte c’è la chiave per risolverlo, e il nostro compito è trovare questa chiave, traendo conoscenza da tutti i passi che abbiamo fatto per scoprirla utilizzando il nostro ingegno. Per il Transiente, la difficoltà percepita corrisponde a un potenziale da utilizzare e a cui dare forma. Spieghiamolo meglio con un esempio. Quando tiriamo un elastico, finché è teso non percepiamo che lo stato tensivo in cui esso si trova contiene una quantità di energia, un potenziale che si sprigionerà e potrebbe essere messo a frutto. Allo stesso modo, quando troviamo un ostacolo davanti a noi, è come se venissimo tesi come un elastico, e se viviamo questo processo con attitudine da ricercatore, indagandolo, invece di bloccarci o rifiutarlo, potremo utilizzare il potenziale generato dalla tensione dandogli una forma, e quindi ampliare il nostro orizzonte di conoscenza.

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