Che cosa è la Verità? Per molti di noi “la verità” è un importante valore etico e morale che governa il nostro agire, e vorremmo che fosse altrettanto per tutti coloro con cui entriamo in relazione. Per esempio, chiediamo al nostro partner di non nasconderci mai niente della sua vita, di non mentirci, preghiamo i nostri amici di dirci sempre quello che pensano, anche in modo brutale, e quando parliamo di noi stessi ci definiamo “persone senza peli sulla lingua”. Ma è questa la verità?

In base a quanto appena detto, crediamo che la verità sia qualcosa di assoluto, oggettivo e dunque immutabile. Invece la verità non è, e non può essere un Principio assoluto, ma sono tali solo le sue espressioni. Il sistema in cui ci troviamo è infatti dinamico, in continuo mutamento, e anche se l’egoista in noi ci fa illudere del contrario, la stasi e l’immobilità non esistono, perché sono l’antitesi della vita. In estrema sintesi, qualcosa è vero in modo oggettivo e assoluto solo nell’istante in cui viene pronunciato – che è un’espressione della Verità -. Sarebbe stupido affermare che la verità che io dichiaro oggi valga anche domani o fra un anno; potrebbe essere diversa, espansa. Dire la verità significa dire come stanno le cose in uno specifico momento, un momento che è in continua evoluzione.

Possiamo spiegare questo concetto in modo più approfondito attraverso un esempio. Immaginiamo un indigeno che vive in un’isola e vede per la prima volta un aereo solcare il cielo. Potrebbe definirlo come “uccello di fuoco che vola”, e in questo caso starebbe esprimendo un’opinione, perché non ha alcuna conoscenza di ciò che ha davanti, ne parla a vanvera. Oppure, potrebbe dire la verità. E come? Innanzitutto dovrebbe lasciare le porte aperte ad eventuali evoluzioni dovute a successive rilevazioni di quel fenomeno, dopodiché potrebbe semplicemente descriverlo, spiegando di aver visto in cielo un oggetto la cui natura gli è ignota, dalla forma simile a quella di un volatile, che si muove verso una specifica direzione. In questo modo esprimerebbe verità, o meglio una parte di essa, prodotta sulla base delle informazioni che ha ricavato dal contesto in cui vive. Attraverso le misure di quell’oggetto che ha rilevato, descriverebbe qualcosa che in quel momento e dal suo punto di vista sarebbe oggettivo e assoluto.

Ma come mai è infrequente sentir parlare qualcuno in questo modo, ed è invece più comune sentire esprimere delle opinioni? Come abbiamo visto in questo articolo, per diventare degli esploratori, superando la condizione egoista, occorre adottare un linguaggio oggettivo, che permette di descrivere solo ciò di cui abbiamo diretta esperienza. Invece, gran parte delle lingue attualmente parlate sono strutturate per esprimere proprio il contrario. La lingua italiana è ricchissima di diminutivi, superlativi, termini che servono a indicare approssimazione e comparazione, e aggettivi valoriali positivi e negativi. Dichiariamo di aver detto quasi la verità, che un concetto è abbastanza vero, oppure un oggetto è super bello, più bello di un altro, e così via.

Tracciando un collegamento logico con l’etimologia della parola Verità, che deriva dal greco aletheia, vediamo che il suo significato è a (alfa privativo) letos (oscuramento, perdita di memoria), ovvero “togliere l’oscuramento”. Quando ci relazioniamo in modo fazioso e schierato a un oggetto, attraverso le opinioni, stiamo oscurando e corrompendo la sua natura. Quando ne parliamo in verità stiamo togliendo quel velo di ignoranza, descrivendolo per ciò che siamo e per ciò che possiamo comprendere in quel momento.

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