Se ci trovassimo in una situazione in cui la nostra sopravvivenza è in pericolo, quale sarebbe il rischio maggiore? Non sarebbero la guerra, né un orso inferocito, né un tagliagole, né tanto meno una catastrofe naturale come un terremoto a ucciderci, bensì qualcos’altro che probabilmente molti di noi nemmeno immaginano. Il rischio maggiore alla nostra sopravvivenza siamo noi stessi, o meglio, quelle radicate convinzioni identitarie che ci guidano nella quotidianità, e attraverso cui si esprime il principio egoista in noi.

Ognuno di noi ha infatti un suo tallone d’Achille; lo manifesta sicuramente in una situazione in cui la propria vita è in pericolo, ma lo porta con sé anche nella vita quotidiana. Prendiamo ad esempio un contesto in cui è necessario trovare una rapida soluzione a un problema e organizzarsi per risolverlo. Immaginiamo di dover recuperare un animale ferito, che si è nascosto perché si sente vulnerabile; qualcuno che è caratterialmente riservato e di poche parole, ma anche molto determinato, prende in mano la situazione e inizia a formulare una strategia per salvarlo, organizzando un piccolo gruppo e fornendo istruzioni a ciascuno. Come abbiamo visto ad esempio in questo articolo, l’azione più difficile da fare è seguire un’istruzione che ci viene fornita, e la tendenza generale è quella di personalizzarla, interpretarla, o addirittura rifiutarla.

L’egoista dentro ognuno dei partecipanti del “gruppo salvataggio” si fa immediatamente sentire, reagendo e mettendo in luce le vulnerabilità di ciascuno. Quindi, nello scenario avremo chi si terrà in disparte, giudicando l’operato altrui in modo sarcastico e con superiorità, oppure chi non accetterà di seguire alcuna indicazione, perché ha una tendenza anarchica e ribelle, o ancora ci sarà lui o lei che fa sempre il fanalino di coda, non prende iniziative, e ha paura di compiere qualsiasi movimento in autonomia, perché questo comporterebbe il prendersi la responsabilità di un’azione, e così via. Ma con tutte queste resistenze e disarmonie, è possibile che si riesca a porre l’animale in salvo? Ovviamente no. Il gruppo trascorrerà delle ore a fare azioni che porteranno all’unico risultato di disperdere le energie e il potenziale di ognuno, che da risorsa diventerà zavorra, bloccando l’intera operazione.

Cosa dovrebbe invece accadere affinché il gruppo riesca a portare a termine la sua missione? Partiamo dal presupposto imprescindibile per cui non è possibile eliminare l’azione del principio egoista in noi: lo sentiremo sempre, perché è necessario, è il nostro coach, quell’elemento che ci spinge a metterci in gioco e a far emergere ciò che siamo, mostrandoci ciò che non siamo, ovvero le illusorie convinzioni e paure che ci rendono i peggiori nemici di noi stessi. Dunque, se ogni membro del gruppo salvataggio sentirà dento di sé la resistenza, la paura, la frustrazione, il senso di inferiorità, ma si concentrerà sullo scopo comune, l’intero funzionerà come un unico vettore orientato verso una direzione, che niente potrà fermare.

In quanto ricercatori dobbiamo imparare che in qualunque situazione ciò che ci mette in difficoltà, per quanto si esprima fuori di noi nella forma di uno specifico oggetto, è in realtà dentro di noi. Se riusciamo a riconoscere questo, rilevando altresì il nostro tallone d’Achille già nella quotidianità, e lavorando per superarlo, riusciremo ad affrontare ogni ostacolo, dal più piccolo al più pericoloso.

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