Cosa delimita e definisce la nostra identità? È comune pensare che il confine tra noi e tutto quello che è “fuori di noi” sia la nostra epidermide, ma è davvero così?

Immaginiamo questa scena surreale: uno sconosciuto entra in casa nostra e ci ruba il televisore, la nostra tazza preferita; cambia l’ordine in cui abbiamo disposto ciò che teniamo sul comodino o in bagno; porta il nostro cane a fare una passeggiata, guida la nostra auto; infine, quando rientriamo a casa, lo troviamo a cenare con i nostri familiari. Se accadesse davvero, come ci sentiremmo? Molto probabilmente infastiditi, percependo che il nostro spazio personale è stato invaso, sporcato, danneggiato, e anche noi ci sentiremmo in qualche modo “invasi”. Ma come è possibile che un’azione esercitata su qualcosa o qualcuno che è legato a noi, ma che non siamo noi, ci faccia invece sentire come se tutta la nostra persona fosse stata in qualche modo violata?

Questo avviene perché, a differenza di quello che raccontiamo a noi stessi, illudendoci, la nostra percezione di identità non è delimitata dalla pelle del corpo fisico, bensì si estende a oggetti o relazioni a cui abbiamo assegnato un valore identitario e che ci rappresentano. Per usare una metafora, ognuno di noi porta con sé in ogni contesto e momento uno zaino contenente ad esempio la propria auto, i propri vestiti, i ricordi, le foto, l’identità anagrafica e così via.

Nei primi anni di vita questo zaino è piccolo e leggero; man mano che passa il tempo, diventa sempre più pesante, fino a diventare con l’età che avanza un vero e proprio fardello, che limita la nostra capacità di muoverci e di fare esperienza. A questo punto qualcuno potrebbe pensare che la soluzione sia quella di fare come san Francesco, che ha rinunciato ai cosiddetti beni terreni, ma non è così: innanzitutto, perché lo zaino non contiene solo oggetti, bensì anche ricordi, pensieri, preoccupazioni, situazioni e relazioni che non lasciamo andare. In secondo luogo, perché tutto quello che al momento abbiamo, ovvero una casa, un lavoro, un’auto, un compagno e così via, ha un senso per la nostra esistenza, non è un di più di cui disfarsi.

Questo ovviamente non significa che se veniamo licenziati ci dobbiamo gettare sotto un treno, perché la nostra vita non ha più un senso. Infatti, per quanto sia difficile da accettare, qualunque cosa ci accada nella vita, perfino perdere un figlio, non danneggia la nostra sopravvivenza. Noi continuiamo ad esistere, viene semmai danneggiata l’integrità del sacco che ci portiamo dietro. È quell’etichetta identitaria che abbiamo apposto agli oggetti dentro allo zaino che ci fa sentire menomati, come se ci tagliassero un braccio, quando dobbiamo rinunciare a uno di essi.

Qual è invece il giusto movimento da esploratori? Comprendere che il contesto in cui viviamo e facciamo esperienza di noi stessi, cercando la nostra identità come Transienti, ha una funzione, così come ce l’ha ogni oggetto che in esso si trova. È funzionale a questa ricerca, ma non è ciò che siamo, perciò è stupido etichettarlo come tale e portarlo sempre con noi. La nostra identità è qualcosa che persiste e rimane nonostante tutto, ed è riconoscibile in qualunque contesto perché è unica. Essa si trova al di là delle sovrastrutture illusorie di ciò che pensiamo di essere, che abbiamo costruito riempendo per anni il nostro sacco.

 

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