Se pensiamo alla nostra vita, possiamo osservare che la maggior parte di quelli che definiamo “problemi” deriva dalla relazione con qualcosa, o soprattutto con qualcuno. Come mai è così difficile vivere una relazione armonica con altre persone?

Questo accade perché chi si interfaccia con l’oggetto della relazione, oltre al Transiente e al corpo fisico in cui sta facendo esperienza, è il principio egoista che si trova in noi. L’ente egoista frappone tra noi e l’oggetto che abbiamo davanti una sua interpretazione di quel legame unico che si genera; questa interpretazione è basata su un modello di conformità con i suoi relativi standard, a cui sono correlate delle convinzioni e condizioni. Quando due persone si conoscono, infatti, “mettono sul tavolo” del loro futuro rapporto un metaforico sacco, di cui abbiamo parlato in questo articolo. Portiamo sulle spalle questo sacco in ogni contesto, e dentro di esso conserviamo e altresì nascondiamo tutti gli elementi che pensiamo ci rappresentino: oggetti, ricordi, specifici ruoli, e così via.

La soluzione ai “sacchi” nelle relazioni non può essere il compromesso, che ci fa concentrare su un elemento che ci accomuni, perché altrimenti il rapporto navigherebbe in buone acque in un solo contesto. E non è neanche quella di trovare un accordo, perché ne deriverebbe un contratto non scritto in cui nessun gesto sarebbe più spontaneo, e si vivrebbe in un clima di diffidenza. Allora quale potrebbe essere la soluzione? Trovare la chiave per interagire in modo armonico con quella persona. Invece, spesso, avviene metaforicamente questo: siamo davanti a una porta di cui abbiamo la chiave in mano, però non vogliamo usarla, e ci lamentiamo che non si apre. Vediamo meglio questa dinamica con un esempio.

Prendiamo un’immaginaria coppia, Giovanni e Carla. Un giorno Carla cucina il piatto preferito di Giovanni, e lui entusiasta le propone di andare un weekend al mare. Il mese successivo, Carla chiede a Giovanni di andare al mare, lui non ne ha tanta voglia, però le fa capire che se lei gli cucinerà il suo piatto preferito, otterrà quello che desidera. Carla lo fa, ma con riluttanza, e pensa “ma devo proprio fare così per andare al mare con Giovanni? In questo modo mi sto sottomettendo a lui!”. Nei mesi a venire, decide di non cucinargli più quel piatto, e si convince che Giovanni dovrebbe accontentarla per il solo fatto di essere suo marito. Non ottenendo alcun risultato con questo comportamento “ostruzionistico”, inizia a lamentarsi continuamente di lui e a giudicarlo per ogni cosa che fa. Giovanni invece non si sente più amato e percepisce la moglie come un intruso, un nemico, qualcuno che sta invadendo il suo spazio.

Se indaghiamo la dinamica delle relazioni come ricercatori, vediamo che come qualunque altro spazio, una persona è un contenitore che ha un codice d’accesso, una chiave che ci permette di entrare, rendendoci compatibili con esso. Per comprendere meglio il concetto di “contesto e chiave d’accesso”, pensiamo che per entrare in ospedale occorre essere medici, ammalati o in visita di un paziente, così come per entrare in uno stadio o in una chiesa, occorre uno specifico “set” che ci rende compatibili con quel contesto.

Per imparare a relazionarsi con ogni oggetto e contesto in modo fluido, è indispensabile sviluppare la capacità di intelleggere uno spazio, propria di un ricercatore. Questo implica riuscire a scoprire la chiave per accedere a ogni spazio, che, a differenza di quello che si potrebbe pensare, è proprio lì davanti a noi, nascosta in piena vista.

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