Quando si parla di attrazione nel contesto relazionale dell’essere umano, generalmente ci si riferisce a una forza che ha un movimento unidirezionale, e che si esprime o in una dinamica in cui il punto A si sente attratto da un ignaro punto B, rendendolo l’oggetto del suo movimento e spesso della sua ossessione, oppure da un soggetto A che vuole attirare a sé un punto B, ad esempio soldi, potere, fama, salute, persone, e così via, e lo fa restando del tutto passivo. Vi è infatti una diffusa convinzione secondo cui, per attrarre ciò che vogliamo, basta focalizzarsi su quell’oggetto, ed esso verrà a noi, senza fare alcuno sforzo.

Cosa c’è che non va in quest’ultima sequenza? Innanzitutto, l’illusione di poter ottenere un risultato rimanendo statici ad aspettare che piova dal cielo, senza mettersi in movimento. Entrambe le dinamiche attrattive unidirezionali, inoltre, considerano solo una metà di un intero processo, che chiamiamo magnetismo. Il magnetismo, come ogni cosa nella dimensione in cui viviamo, funziona secondo due metà che si completano; perciò, quando qualcosa ci attrae, simultaneamente qualcos’altro ci respinge. Questo processo si esprime nella nostra vita come porta aperta e porta chiusa. Nel movimento naturale, il passaggio dalla posizione in cui ci troviamo a una nuova possibilità che si staglia nel nostro orizzonte può essere sfidante, e magari richiede di usare l’ingegno, ma è sostanzialmente un cambiamento fluido e armonico. Lasciamo la porta che si è chiusa alle nostre spalle, e allo stesso tempo varchiamo quella nuova che ci sta attraendo.

Osservando da questa prospettiva gli eventi della nostra quotidianità, rileviamo tra l’altro che non siamo noi ad attirare una nuova porta, bensì il contrario. Spesso, infatti, accade un evento che ci spinge volenti o nolenti al movimento. Ad esempio, capita che la casa in cui siamo in affitto venga messa in vendita, e siamo “costretti dalle circostanze” a traslocare; oppure esploriamo una nuova città, a seguito di un invito a cui “non potevamo dire di no”. In entrambi i casi, è lo spazio ad attrarre noi, non viceversa, e tale attrazione è irresistibile e inarrestabile.

Non è facile accettare questo assunto, perché siamo abituati a pensare di avere sempre la facoltà di decidere cosa fare, di essere i fautori del nostro destino. In realtà, ogni nuova porta che ci sta attirando a sé, è già contenuta nella storia del corpo fisico, non abbiamo facoltà di scegliere se entrarvi o meno: è già scritto che lo faremo. L’unica libertà che abbiamo è quella di rifiutare l’oggetto che abbiamo davanti, resistendo all’attrazione che ci magnetizza, ed esprimendo in tal modo uno stato afflitto. In tal caso però cosa accade? Viviamo il cambiamento, che comunque avviene, con sofferenza, disagio, rabbia, paura, e pensiamo che ci sia qualcosa di sbagliato in quello che stiamo vivendo.

In realtà, non ha alcun senso resistere, perché prima o poi dovremmo varcare quella soglia. Il comportamento più intelligente è dunque quello di adattare la propria forma al nuovo contesto che ci si presenta davanti, entrando in relazione armonica con gli elementi che lo compongono, e traendo da quel contesto conoscenza.

 

 

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