Il linguaggio che utilizziamo esprime il nostro stato contingente, e anche il modo in cui ci rapportiamo con ciò che abbiamo intorno. Se osserviamo le parole con cui comunichiamo e ne indaghiamo il significato, potremo ottenere tantissime informazioni su noi stessi e sul nostro modo di vivere la quotidianità.

Per esempio, usiamo in molte circostanze il verbo “sperare”, riferendoci a un evento che riguarda noi stessi o qualcun altro. Diciamo “spero di non essere licenziato”, “spero che tu guarisca presto”, ”speriamo che vada tutto bene”, “spero di vincere la partita”, e così via. Ma perché ci serviamo di una formula rassicurante, a tratti perfino superstiziosa, per relazionarci con gli eventi del nostro orizzonte?

Analizzando il significato della parola speranza, vediamo che essa implica “un cambiamento in bene”. Questo evidenzia che il termine esprime uno schieramento. Infatti, se qualcosa cambia per il nostro bene, ad esempio troviamo un lavoro, non avviene lo stesso per il bene di qualcun altro, che magari “sperava” anch’egli di essere assunto. Quindi, affinché il proprio soggettivo bene si affermi, automaticamente non potrà farlo quello di un altro soggetto. Il bene non può però essere relativo, dunque ciò che stiamo desiderando non è il Bene, bensì la realizzazione di un’aspettativa.

Se siamo sinceri con noi stessi, vedremo infatti che quando speriamo qualcosa stiamo dipingendo uno specifico scenario; abbiamo una convinzione al riguardo di un evento, ed essa diventa il nostro ancoraggio. Questa convinzione è frutto dei calcoli statistici su cui si basa l’operato del principio egoista che alberga in noi, e di cui abbiamo parlato ad esempio in questo articolo. L’azione reattiva dell’egoista si basa su standard e modelli comportamentali fissi, e ci induce a guardare il mondo attraverso una prospettiva di questo tipo.

Quando siamo guidati dall’aspettativa, ovvero per la maggior parte del tempo, chiudiamo la porta alla meraviglia, all’inatteso e alla novità. Per fare un esempio di quanto questo possa essere pernicioso, immaginiamo di essere degli esperti giocatori di poker che vincono sempre: piano piano perderemo il gusto del gioco, e lo vivremo con noia e scontentezza, guidati dalla convinzione di vincere. Quando un giorno ci capiterà di perdere, il nostro ancoraggio all’illusione di essere dei campioni imbattibili ci farà vacillare, e probabilmente proveremo panico o rabbia.

Ma ha senso vivere dando tutto ciò che abbiamo intorno per scontato, rinunciando alla possibilità di provare meraviglia? Ovviamente no. Proseguendo con l’esempio del giocatore, cosa dovremmo fare per superare la scontentezza che subentra a causa dell’abitudine a vincere? Innanzitutto, rilevare che ogni partita è diversa da quella precedente. E l’unico modo che abbiamo per mantenere l’attenzione sulla bellezza della novità che ogni istante porta con sé, è non aspettarci che accada una cosa piuttosto che un’altra; dobbiamo accogliere ciò che arriva, perché se arriva ha un senso, e indagarlo.

Ognuno di noi nella propria quotidianità può coltivare questa capacità di meravigliarsi, intrinseca nella natura dell’essere umano. Perché, per esempio, anche in un intero mese di pioggia ci sono delle differenze tra un giorno e l’altro. Cambia il grigio del cielo, a volte tenue, altre più scuro, la forma delle nuvole e la velocità del vento; cambia l’aria che è frizzante oppure umida, e la pioggia stessa può essere leggera e diritta, oppure scrosciante ma discontinua. Ogni istante è diverso dall’altro, così come lo siamo noi, che mutiamo continuamente.

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