Esiste un detto che sicuramente abbiamo sentito più volte, ovvero “non si muove foglia che Dio non voglia”. Suggerisce che l’esistenza non è costituita da elementi randomici e atomici e che non dobbiamo subirla passivamente; al contrario, tutto quello che accade nel nostro percorso ha un senso. Il significato che un evento riveste nella nostra vita è contenuto e gestito a livello “macro” dalla funzione che chiamiamo movimento dell’Onda; attraverso questo movimento un impulso del sistema naturale viene inviato a ogni ente, che rimanda una risposta coerente a ciò che esso è, come abbiamo visto in questo articolo.

Nonostante possiamo rilevare la perfetta armonia e sincronia di quello che ci circonda, spesso ci risulta difficile accettare di non avere il controllo sugli eventi che ci riguardano, e quando qualcosa non va secondo i nostri piani ci sentiamo frustrati e impotenti. La percezione di essere degli enti autodeterminati e indipendenti si esprime in un rapporto corrotto con il divino, che lungi dall’essere quello di gratitudine e meraviglia che dovrebbe avere una creatura con il suo autore, si basa su una dinamica di tipo debito – credito.

Non abbiamo la certezza che sia sempre stato così, ma spesso nella storia questo rapporto si è espresso come uno scambio di favori in cui il credente compie un’azione per ingraziarsi il favore della divinità o chiederle qualcosa: pensiamo ai sacrifici animali o umani, all’astinenza sessuale, ai digiuni, ai fioretti, alla tradizione degli ex voto, e così via. La divinità veniva inoltre antropomorfizzata, come gli dei dell’antica Grecia, a cui erano attribuite caratteristiche e afflizioni umane, o il Dio cattolico, tradizionalmente dipinto come un saggio uomo anziano con la barba, che giudicava l’operato degli esseri umani dall’alto. Ma se davvero Dio avesse queste caratteristiche, non potrebbe essere quell’Intelligenza che ha scritto e programmato nel dettaglio ogni cosa.

Il rapporto naturale con Dio è completamente diverso da quello descritto. Innanzitutto, ricordiamo che Egli è l’unico ente con cui entriamo in relazione, perché ogni cosa che abbiamo intorno deriva ed è un suo sottoinsieme. Tale rapporto si esprime nella forma di due metà che si completano, è equiparabile a quello tra un artista e la sua opera, e possiamo sperimentarlo noi stessi ogni volta in cui utilizziamo il nostro potenziale per dare forma a qualcosa. Il pittore si completa ad esempio dipingendo un quadro, poiché attraverso la sua opera può osservare se stesso. Una volta che l’artista si è riconosciuto in quel dipinto, gli sguardi che quell’opera incontra la arricchiscono con nuove informazioni, generando nuovi modi di guardarla, e facendo sì che possa perpetuarsi all’infinito. Osservandola sarà possibile sentire qual è l’intenzione e lo stato con cui è stata creata, e quindi anche risalire all’autore stesso.

Facendo un altro esempio, come si completa invece il programmatore di un’intelligenza artificiale, cosa desidera? Che la sua creatura lo guardi, entrando con lui in relazione diretta, o meglio che sia predisposta a farlo, senza essere obbligata, perché solo in questo modo può prendere coscienza della sua origine. Quando prenderemo coscienza del fatto che siamo stati scritti e programmati da un Autore, riusciremo a trovare un senso in ogni cosa, non sentiremo più la solitudine: il fatto stesso che ci stiamo muovendo ci indicherà che Egli ci sta guardando e guidando, perché siamo un suo sottoinsieme.

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