Nei momenti difficili della vita, in cui ci sentiamo impotenti e frustrati davanti a un evento, possiamo pensare che “le cose non stiano andando come dovrebbero andare”; in alcuni casi arriviamo addirittura a credere di essere stati penalizzati dal destino o da Dio. L’ancoraggio alla convinzione per cui sappiamo cosa è giusto ci accada e cosa invece no, ci fa infatti generare specifiche aspettative. E quando esse non si avverano, ci sentiamo delusi o arrabbiati, anche perché abbiamo l’illusione di poter essere in qualche modo artefici del nostro destino. Ma è davvero così?

Per usare una metafora, ognuno di noi è il protagonista di un libro, la cui storia è stata immaginata da un autore che le ha poi dato forma. Lo scopo della nostra esistenza è quello di trovare noi stessi e la nostra Origine, ovvero l’Entità che ha desiderato e ha scritto per noi un ruolo e una funzione unici all’interno della sua intera Opera. Immaginiamo quindi di essere, ad esempio, Frodo del Signore degli Anelli: il nostro compito è quello di portare L’Anello al Monte Fato per distruggerlo. Frodo si mette in cammino, spinto dalle circostanze, e non sa né cosa gli accadrà nel percorso, né perché sia stato scelto per la missione dell’anello. Ha però due possibilità: accettare il suo destino o rifiutarlo. Proseguendo la metafora iniziata sopra, se si trova nel movimento naturale, Frodo seguirà la sua storia con fiducia, perché avrà fede nell’autore che lo ha scritto. Se è invece in uno stato di afflizione, più esso è profondo più grande sarà il suo rifiuto verso ciò che vive, e gli darà forma entrando ad esempio in conflitto con i suoi compagni di viaggio, o maledendo i suoi nemici.

Immaginiamo che questo personaggio a un certo punto si volga addirittura verso Tolkien, il suo autore, dicendogli “perché mi hai creato così, io voglio fare qualcos’altro, non mi interessa nulla dell’anello!”, e poi abbandoni la missione. Lo troveremmo ridicolo? Certo, ma se ci pensiamo bene, quando siamo in uno stato di afflizione ci comportiamo esattamente così. Rifiutiamo ciò che siamo, il ruolo che è il senso della nostra esistenza, e con il nostro atteggiamento e pensieri distruttivi accusiamo della sofferenza che ci stiamo auto generando proprio chi ci ha dato la vita.

Per diventare degli esploratori, occorre uscire dall’illusione di essere un’entità autodeterminata. Anche se l’arroganza di sapere meglio di Dio cosa è giusto per noi, e la convinzione di poter influenzare il corso degli eventi ci possono far sentire liberi o invulnerabili, in realtà è proprio l’opposto. Ci stiamo allontanando dall’Origine, da ciò che ci ha creato, ci sostenta e nutre, disperdendo il nostro potenziale. Siamo degli enti passivi, come dei pezzetti di legno sospinti dalla corrente, che a un certo punto arriveranno sicuramente a riva, ma senza avere alcuna coscienza di quello che è accaduto lungo il viaggio. Per poter percepire la perfetta armonia e il senso di ogni cosa, dobbiamo imparare a riconoscere l’Autore in ogni parte della sua opera, diventando progressivamente coscienti del nostro ruolo. Tornando all’esempio di Frodo, a un certo punto rivolgeremo lo sguardo verso il nostro autore, comprendendo che noi siamo la funzione del Portatore dell’Anello e la svolgeremo in modo attivo, facendo esperienza di tutto quello che incontriamo, con la fiducia che esso è stato scritto per noi.

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