Per quale motivo definiamo una giornata fortunata o al contrario sfortunata? Analizzando il termine fortuna e il suo derivato infortunio, scopriremo che la definizione comune di queste parole è legata alla costante valorizzazione positiva o negativa attuata dal principio egoista dentro di noi, che blocca il nostro movimento di esperienza.

La parola Fortuna deriva dal latino fortem, che a sua volta deriva dal verbo ferre, che significa “portare, produrre”; indica dunque qualcosa che ci arriva o ci avviene, ovvero che entra nel nostro orizzonte. Se qualcosa entra nel nostro orizzonte non è per caso, ma per un preciso motivo: abbiamo bisogno di quell’evento per scoprire una parte di noi, e dunque il sistema “ce lo porta”, ponendocelo davanti agli occhi. Per esempio, riceviamo una grossa somma di denaro da un’eredità o giocando al super enalotto, il che è potenzialmente una fortuna. A questo punto possiamo però agire in due modi: sprecando quel denaro in oggetti futili o sensazioni illusorie, come nell’acquisto di una barca per suscitare l’invidia degli amici, nel gioco d’azzardo, o in affari che si rivelano essere delle truffe. In questo caso, abbiamo dilapidato tutta la nostra fortuna, che ci sembra inoltre mutata in sfortuna. Oppure, possiamo osservare il contesto in cui ci troviamo, leggendo i segnali che ci arrivano dalla nostra parte variabile, che si esprime attraverso i suggerimenti dati da altre persone, ma anche ad esempio in una frase ascoltata alla radio o in un cartellone pubblicitario. Attraverso di essi comprendiamo che forma dare alla fortuna ricevuta e qual è il suo scopo.

Prendiamo ora invece la parola infortunio, valorizzata sempre negativamente; il suo significato etimologico è “triste accidente avvenuto senza malvagità altrui o propria”. Dunque si tratta di un incidente in auto, una storta, una malattia, un infortunio sul lavoro, e così via, ovvero avvenimenti che siamo soliti chiamare “sfortunati” perché ci fanno sentire impotenti e in balia del caso, soli, “abbandonati dalla Fortuna”. Ma se ci soffermiamo a pensare a cosa è avvenuto quando abbiamo vissuto un infortunio, vediamo che non è così, anzi. Per esempio, magari abbiamo distrutto la macchina in un incidente, e quell’evento con la sua violenza traumatica ci ha in qualche modo salvato la vita. Abbiamo imparato a rallentare i nostri ritmi frenetici, a godere di più di ciò che avevamo intorno, e a non sfogare la nostra rabbia o impazienza alla guida, per dirne una. Oppure un infortunio ci mostra che è finito un ciclo di lavoro o di una relazione, e senza di esso non ce ne saremmo mai accorti.

In generale, comunque, ogni condizione in cui siamo fisicamente bloccati, in difficoltà, isolati, malati, ci costringe a guardarci dentro e ad andare oltre; il silenzio che abbiamo intorno e l’enorme tempo libero spesso a disposizione ci rendono impossibile non farlo. Si racconta che durante l’epidemia di peste a Londra del 1665, Newton scoprì la forza di gravità. Un evento sfortunato e disastroso come un’epidemia ha portato fortuna, aprendo una nuova porta alla ricerca scientifica. Il fatto di trovare un’opportunità in ogni esperienza è proprio dell’aspirante esploratore, ciò che ogni essere umano potrebbe un giorno diventare, che riesce a cogliere l’intrinseca fortuna di ogni evento, senza valorizzarlo né giudicarlo, ma rendendolo produttivo e fecondo.

Share This