Se ci guardiamo intorno, e analizziamo anche la decadenza dell’epoca in cui viviamo, possiamo riconoscere che siamo immersi in una matrice dispersiva, caratterizzata da una forte spinta verso l’inerzia. Ce ne accorgiamo dal fatto che riempiamo gran parte della nostra giornata con azioni e pensieri che non portano alcuna reale esperienza e conoscenza, predisponendoci alla dispersione di energie e potere, come abbiamo visto anche in questo articolo.

Possiamo individuare la meccanica dispersiva in atto attraverso l’analisi dell’uso corrotto del linguaggio. Abbiamo sicuramente sentito frasi del tipo “accetta i tuoi limiti”, oppure “ognuno ha i suoi limiti”, ma non ci siamo probabilmente mai soffermati a indagare quale sia il loro reale significato, e cosa esso ci induca a fare. Proviamo a comprendere meglio con un esempio quanto possa essere dannoso e vincolante porsi dei limiti. Immaginiamo che un giorno il nostro istruttore ci proponga un esercizio piuttosto complesso, che a prima vista ci sembri impossibile da eseguire. Dopo aver provato una sola volta a replicarlo senza successo, dichiariamo immediatamente di non essere in grado di farlo, etichettandolo quindi come un nostro limite, e generando una Forma di fallimento. Osservando che invece altri allievi riescono a eseguirlo, ci convinciamo perfino che il nostro corpo abbia qualcosa che non va, che sia difettoso, e quindi non riuscirà mai a replicare quel movimento. Ovviamente non è così, ma da ora in poi, ogni volta che ci verrà proposto, proveremo frustrazione e vergogna, rifiutando inoltre di eseguire sequenze che lo comprendano. Si attiverà così un circolo vizioso di paranoie, che bloccherà ogni possibilità di superare quell’ostacolo.

Quando diciamo con leggerezza e superficialità di non essere in grado di riuscire in un intento, affermazione che è veleno per l’individuo, stiamo attivando un vero e proprio incantesimo, che darà forma a pesanti catene che vincoleranno il nostro movimento, in qualsiasi campo di esperienza. Ogni corpo umano che non presenti menomazioni mentali, perfino se presenta delle difficoltà strutturali, qualora venga debitamente allenato o istruito, è in grado di affinare e perfezionare un qualsiasi talento all’infinito. Sono solo le illusorie condizioni che poniamo a noi stessi a non farci nemmeno concepire l’idea di diventare, ad esempio, dei grandi artisti. Ci siamo mai chiesti perché, quando vediamo in opera l’agilità di un ginnasta come Jury Chechi, o ascoltiamo l’assolo di un chitarrista come Santana, proviamo spesso invidia per le loro capacità? Perché il meccanismo della convinzione è subdolo: ci illudiamo di avere dei limiti motori o cognitivi, certificando così implicitamente di avere delle pseudo disabilità, ma lo facciamo per volgerci nella direzione dell’inerzia, che ci permette di stare nella nostra zona di comfort e di non metterci in gioco.

Per poter sciogliere le catene delle nostre convinzioni, dobbiamo riconoscerle come tali, ponendoci costantemente nuovi traguardi, e muovendoci verso quelle esperienze che ci mettono in difficoltà, e che magari ci fanno sentire degli inetti, perché è proprio lì che si trova un nuovo importante tassello di ciò che siamo, la possibilità di espandere il nostro orizzonte di conoscenza e di evolvere.

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